Cosa succede davvero dietro le quinte del dorato mondo dell’enogastronomia
Il lavoro dell’ufficio stampa è come ogni altro lavoro e come ogni altro lavoro andrebbe retribuito secondo quanto stipulato in contratto.
Fatta questa premessa, che potrebbe apparire scontata, c’è da sottolineare che quasi il 30% – se non di più – dei clienti F&B tendono misteriosamente a “dimenticarsi” delle fatture ricevute, non le trovano, se le fanno rimandare, le riperdono, adducono pretesti per dilazionare anche il minimo sindacale. Ad onore del vero, sembra che questa cosa si produca solo in Italia, è triste, ma è così.
Improvvisamente da grandi imprenditori del settore, si professano ingenui nella materia, all’oscuro totale di quanto accade alle loro finanze e incapacitati a emettere anche un semplice bonifico. Ah, le banche e i conti online, questi sconosciuti. La verità è che spesso contattano l’agenzia sapendo già di non poterla pagare; adottano strategie non indifferenti come quella di farsi introdurre da uno chef famoso il quale, ignaro, ti chiede di contattarli; in tal caso l’agenzia si sente praticamente ‘tutelata’, mentre invece è solo una tattica delinquenziale.
Aggiungiamo che spesso l’agenzia viene contattata come entità missionaria che si deve occupare del talento dello chef, sennò poverino, come farà mai a diventare famoso? Implicitamente, trattando di una tacita missione, l’agenzia non sarà pagata.
Nel nostro mondo può succedere che si prenda a cuore un cliente, gli si offra tutto il supporto possibile e immaginabile, che gli si mettano a disposizione le migliori risorse d’agenzia, anche tre account su un unico progetto, più stagista di supporto, perché no! Questa estrema disponibilità parrebbe essere dovuta alla cosiddetta “sindrome da salvatrici dell’enogastronomia”, sfortunatamente una malattia piuttosto diffusa tra noi sventurate pr del settore. La partenza di una collaborazione è una sfida quasi personale, il raggiungimento dei risultati sperati ci fa battere il cuore, il posizionamento nell’olimpo del fine-dining di uno chef o di un produttore di sardine sott’olio ci elettrizza come nemmeno la finale di Wimbledon.
Dopo 6 mesi di lavoro indefesso, di produzione di testi e company profile, di comunicati stampa e press kit, di coordinamento con i social media manager, di viaggi stampa, dopo ore di telefonate e messaggi whatsapp, dopo decine di video call e di riunioni in presenza, ecco che l’agenzia si accorge di un piccolo inconveniente: nessuna fattura emessa è stata saldata. Che strano, così gentile ed educato!
A volte, per fare un esempio, succede che arrivi la telefonata di uno chef di cui ormai nessuno faceva più il nome, patron di un ristorante in centro a Milano che molti pensavano chiuso da tempo e che da lui prende il suo nome (l’ego palese e ostentato in questi casi dovrebbe far suonare qualche campanellino d’allarme…), arrivato quasi implorante, desideroso del nostro aiuto per ritornare ai dovuti onori della cronaca. Un esperto nella creazione di piatti fusion, un simpatico briccone che sparisce all’estero e che adduce scuse al limite della fantascienza: “ho dovuto utilizzare il budget della comunicazione per aggiustare un macchinario indispensabile all’abbattimento della materia ittica”, “all’estero non prende il telefono”, “qui la connessione internet è ballerina e non mi arrivano le mail” (nel paese più tecnologico al mondo, sarà…), “sono in fin di vita, ma giuro solennemente che nel giro di pochi giorni salderò tutto, devo consultarmi con il commercialista e ti faccio sapere”. Poi sparisce.
Come è finita? Ancora non è finita, ma siamo speranzose che magari parlarne potrà servire di monito a qualche collega ignara e affetta anch’essa della famigerata “sindrome da salvatrice”, perché probabilmente la medesima situazione si ripresenterà, con le stesse modalità e le stesse dinamiche, perché il profilo è ormai diffuso e pericolosissimo, spietato e spregiudicato, incurante delle conseguenze e privo di chicchessia codice deontologico. Il profilo dello “chef seriale”.
